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Liberalizzare giorni e orari di apertura: opportunità o boomerang?

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Donatella Prampolini Manzini, presidente di Confcommercio Reggio Emilia, sulle nuove liberalizzazioni previste dal Governo (giorni e orari di apertura, nuove aperture di superfici medie e grandi) - testo dell'intervento.

Cosa pensa Confcommercio della liberalizzazione dei giorni e degli orari di apertura prevista dal Governo?

Confcommercio non ha cambiato la propria posizione circa la liberalizzazione degli orari e delle aperture. Noi siamo e rimaniamo contrari a questo tipo di liberalizzazione, per il semplice motivo che non crediamo che per rilanciare i consumi sia necessario aprire ancora di più i punti vendita. Siamo in linea con l’Europa, non siamo sicuramente secondi ad altri paesi molto più evoluti o evoluti quanto il nostro. Non siamo d’accordo per motivi di carattere etico: perché i lavoratori dipendenti, ma anche gli stessi commercianti, hanno diritto a un giorno di riposo e sappiamo perfettamente che nelle attività commerciali medio piccole non c’è la possibilità di rotazione quindi non c’è la possibilità di lavorare alcune domeniche sì e alcune domeniche no. Non siamo d’accordo anche per motivi di carattere economico: non siamo assolutamente convinti che serva aprire 24 ore al giorno 7 giorni su 7 per migliorare i conti economici dei punti vendita. Aprire 7 giorni su 7 o 24 ore al giorno significa semplicemente andare ad aumentare i costi che inevitabilmente si riverseranno sulle tasche dei consumatori. Per aumentare i consumi c’è solo e soltanto una ricetta: bisogna assolutamente diminuire la forbice tra il lordo pagato dalle aziende e il netto che va in busta paga dei dipendenti. E soprattutto lavorare sulla tassazione eccessiva che c’è su tutte le imprese. Noi abbiamo ogni anno un socio occulto, che è lo Stato, che si prende i nostri ricavi da gennaio a luglio. È ora di finirla con questo trend. È ora di ridare potere d’acquisto agli italiani, riducendo soprattutto la spesa pubblica, che non vediamo assolutamente toccata in questa manovra, che chiede lacrime e sangue sempre ai soliti noti.

Liberalizzazione delle nuove aperture di superfici medie e grandi: opportunità o boomerang per consumatori e aziende?

Quello che sta passando sotto silenzio nell’Articolo 31 che è stato pubblicato nel Decreto legge 201 è proprio il fatto che si toglie la responsabilità alle Regioni, alle Province e ai Comuni di andare a contingentare numericamente la nascita di nuovi punti vendita. Sappiamo che già una grossa botta l’avevamo ricevuta con la liberalizzazione Bersani, ma fino a oggi, comunque sia, le superfici sopra i 250 metri in qualche modo erano armonizzate con il territorio. Con questa innovazione, invece, sparirà qualsiasi tipo di vincolo. Noi siamo certi che liberalizzare tout court una provincia come la nostra, ma anche altre province delle nostre stesse dimensioni, significherà muoverci ancora di più verso la grande distribuzione, che spesso e volentieri non si basa sul mercato per fare le proprie aperture, ma si basa sulla volontà di mettere nuove insegne sul territorio. Quindi, disponibili anche ad aprire in perdita, pur di entrare su un territorio. Quanti dei nostri commercianti sono in grado di sopportate delle aperture in perdita per tantissimi anni pur di entrare in un mercato? Credo veramente pochissimi. Quindi, inevitabilmente, visto che la torta purtroppo non cresce anzi tende a calare, si sposteranno i consumi ancora di più verso la grande distribuzione. Noi riteniamo che la politica in questo debba intervenire, perché non è il libero mercato che tutela tutte le fasce di popolazione ma è la politica che deve rendersi conto che, in certi casi, la libertà totale va sempre e solo a discapito totale di alcune fasce. Pensiamo agli anziani che si troveranno a non aver più i negozi di vicinato sotto casa. Pensiamo ai giovani che dovranno comunque accontentarsi di lavori precari, perché sappiamo perfettamente che le nuove aperture si fanno con assunzioni a tempo determinato che in rarissimi casi diventano assunzioni a tempo indeterminato. Quindi la politica deve fare il suo mestiere: deve arrivare dove non arriva il mercato e dove non potrà mai arrivare se non c’è un minimo di regolamentazione.

Non credete che le nuove aperture della grande distribuzione possano stimolare l’economia locale e creare nuovi posti di lavoro?

L’idea di nuovi posti di lavoro interessanti a fronte di nuove aperture serve soltanto a giustificare e a mettere a posto la coscienza di chi ha sempre permesso questi nuovi insediamenti. La realtà è che chi si occupa di distribuzione sa perfettamente che questi grandi colossi arrivano, assumono tantissima gente per le aperture con contratti a tempo determinato, che pochissimi di questi rimangono come forza lavoro. Ma anche a fronte di nuove assunzioni effettive che si trasformano in lavoro a tempo indeterminato, noi abbiamo di contro delle perdite di posti sulle attività che chiudono necessariamente dopo delle grandi aperture di concorrenti così agguerriti. Quindi se noi andiamo a misurare sulla bilancia i nuovi posti di lavoro e quelli vecchi che vengono persi, sicuramente il saldo sarà negativo. È una giustificazione che ormai non regge più. La gente sa perfettamente che a fronte di nuovi posti di lavoro precari si perdono dei posti di lavoro che producono veramente reddito e che lasciano reddito sul territorio. Perché non dobbiamo dimenticare anche che spesso questi colossi arrivano da fuori e portano fuori i loro redditi; mentre le aziende radicate sul territorio danno da lavorare con lavori seri, ben remunerati e a lungo termine alla gente del territorio. Lavorano, producono e lasciano i soldi sul territorio: questa non è una cosa di secondaria importanza.

Cosa chiede Confcommercio a questo Governo?

Siamo consapevoli che ci sia bisogno di fare una manovra dura, una manovra seria, una manovra che in qualche modo guardi in faccia pochi o nessuno. Siamo però assolutamente convinti che la strada del dialogo sia comunque ancora la strada maestra. Noi chiediamo alcune cose molto semplici. Che venga rivisto il regolamento sulle aperture sconsiderate, che venga rivisto il regolamento sugli insediamenti commerciali, ma soprattutto chiediamo che lo stesso rigore che viene richiesto a noi cittadini venga applicato anche per la spesa pubblica. Se non ci sarà una manovra che preveda anche un calo della spesa pubblica, non potrà mai essere una manovra equa. Non è sufficiente tenere aperto 24 ore, perché quando il reddito a disposizione è sempre lo stesso, non è che acquistare alle 22 di sera possa fare la differenza. Fa la differenza se tu nelle tue tasche hai qualche soldo in più. Quindi rigore sì, ma rigore per tutti.

Una richiesta al Governo che parte dalla nostra città: perchè?

Un appello mi sento di farlo: oggi c’è bisogno di unità per portare avanti questa battaglia che è una battaglia assolutamente trasversale. Quindi chiediamo a tutte le forze sociali, ai sindacati, chiediamo al nostro sindaco, che è anche presidente dell’Anci, di farsi portatore di queste nostre istanze.